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“Il cambiamento va vissuto da protagonisti non da spettatori”: intervista agli a toys orchestra.

Lettura su Misura:

Avevamo avuto modo di conoscere e di scrivere sugli "A Toy Orchestra" adesso li abbiamo intervistati. Caterina Mauro per E7Cult offre ai nostri lettori un approfondimento sul lavoro di questa band salernitana che riscuote sempre maggiori consensi.

La rivoluzione non è un qualcosa legato all'ideologia, né una moda di una particolare decade. È un processo perpetuo insito nello spirito umano” affermava Abbie Hoffman nel suo “soon to be a major motion picture”.

La rivoluzione come atto personale pronto ad esplodere quando raggiunge il suo livello di maturità massima: visto il continuo assopimento a cui veniamo sottoposti da parte di media, apparati statali e forme varie di comunicazione, l’acquisizione di una tale consapevolezza sembra quasi essere un concetto utopico. Eppure c’è ancora qualcuno che si ostina a trasformare questa utopia in realtà quotidiana: che sia un operaio che decide di scioperare, una madre che preferisce investire il proprio esiguo stipendio sulla cultura dei figli o un pugno di ragazzi che decidono di mettere in musica la propria rivoluzione personale, poco importa. L’unica cosa che conta è scegliere di vivere questa presa di coscienza invece di affidarsi ai dettami altrui. E questo gli a toys orchestra devono averlo ben capito. Il loro ultimo lavoro “midnight (r)evolution” è uscito lo scorso ottobre ed è un mix perfetto di coscienza sociale e consapevolezza personale: un lavoro che consacra definitivamente la band campana come una delle migliori realtà musicali del nostro paese.

 

“Midnight revolution” si presenta come un continuum di quella evoluzione musicale iniziata con “midnight talks” : non tradisce le origini ma guarda al futuro. Quali sonorità avevate in mente durante la composizione del disco?

In realtà non mi capita di idealizzare le sonorità di un disco. Per come la concepiamo noi la composizione ha sempre un ampio margine di incognita. Quello a cui prestiamo maggior cura è la forma e il trasporto emotivo di ogni canzone, poi sceglierne la veste verrà da se una volta in studio. Anche perché pure volendo ipotizzare un idea di suono, ci sono moltissime probabilità che muti in corsa. L'incognita diventa dunque un fattore determinante della nostra creatività.

Io in mezzo ci ho visto anche radiohead, arcade fire, eels. Tutti artisti accomunati da una certa irrequietezza musicale….

Beh,è un mondo isterico.

Ascoltando il vostro disco ho notato sin dalla prima canzone un certo cambiamento stilistico sia nei confronti dei temi trattati che dello stile: ironia e coscienza sociale si incontrano spesso nei tuoi testi. Solitamente chi fa musica tende ad assorbire qualsiasi cosa proponga il proprio tempo storico, è andata così anche stavolta?

Non per forza, quello della contestualizzazione storico-temporale è una caratteristica più peculiare ai cantautori. Nelle canzoni dei Toys non c'è alcuna collocazione anagrafica. La rivoluzione ad esempio, così come la vedo io, è una forma-mentis, una predisposizione al cambiamento, all'evolversi. Qualcosa che parte dal concetto ancor prima di rivelarsi accadimento. Mi piace scorgere il movente piuttosto che analizzare la cronaca.

Nel brano “midnight revolution” affermi che la vera rivoluzione non la fanno i radical chic. Credi che ognuno di noi possa essere un “working class hero” allora?

No ,non credo. Sono dei fattori specifici a spingere una persona a interessarsi della propria comunità. Alcuni di questi sono l'empatia, la solidarietà e il senso civico. Non di meno lo sono la rabbia sociale e il disagio. Ma il "chi si fa i cazzi suoi campa cent'anni" è ancora un monito che va per la maggiore. Se fossimo una specie così evoluta e civilizzata così come ci piace definirci non esisterebbe tanta disparità nel mondo. Per essere un "working class hero" bisogna o essere pienamente coinvolti o avere un intelligenza e un civismo smisurato.. Nessuna delle due cose è da tutti.

Nella stessa canzone canti anche di “mille milioni di all star che marciano”: questo capo ormai  è diventato più un biglietto da visita che un’indicazione del proprio status sociale. A cosa si potrebbe attribuire questa massificazione d’ideali secondo te?

Al fatto che abbiamo bisogno di un simbolo, di un qualcosa che ci accomuni e identifichi e ci riveli. E' una forma di comunicazione ancestrale, legata probabilmente alla nostra formazione tribale o addirittura alla nostra appartenenza animale. Come quei pesci dai colori fluorescenti che ti avvisano che sono pericolosi o la livrea di un volatile che rivela che è in amore.

La copertina dell’album raffigura il volto tumefatto di una ragazza con un cerotto che recita la parola “democrazia” : possiamo dire che la democrazia ti spacca la faccia in questo paese?

La nostra è una democrazia malata. Una malcelata sudditanza tenuta a bada da un benessere posticcio e velleitario. Il ruolo ipnotico e persuasivo dei media ha fatto si che non fossimo più noi a decidere per noi stessi. Il concetto di libertà è stato mutato in favore di una chiave di lettura materialistica e consumistica.  Ma un  popolo in cui manifestare le proprie idee è ritenuto spesso e volentieri alla stregua di un crimine non è un popolo che gode di una democrazia in salute. E la ragazza in copertina non stava facendo altro che esercitare un suo diritto pacificamente quando è stata brutalmente aggredita dalle forze dell'ordine. Non è certo un caso isolato, anzi. Ma oggi non ci stupiamo più, non ci indigniamo più e alcune cose semplicemente le accettiamo o distogliamo  lo sguardo. Siamo assuefatti dalla cultura del telecomando.

Si parla tanto di “anni zero”, di giovani dal pensiero superficiale e di futuro precario: personalmente credo solo parzialmente a questi cliché, è vero che la nostra storia sembra andare sempre peggio ma è anche vero che spesso ci si ripara dietro questi pretesti. Cosa ne pensi?

Che questa è proprio la filosofia da "radical chic" che intendevo io. Boriosa demagogia da figli di papà. Il cambiamento va vissuto da protagonisti non da spettatori.

La mezzanotte del titolo indica uno spazio temporale sospeso tra l’oggi ed il domani: la storia di ieri è piena di rivoluzioni sia culturali che sociali ma quali potrebbero essere le nostre di rivoluzioni secondo te?

Non è facile rispondere sinteticamente ad una domanda così ingombrante e sinceramente la mia posizione è quella di semplice cittadino non certo di antropologo. Mi limiterò a dire che una maggior propensione alla giustizia sociale e all'egualitarismo non potrebbe che giovarci.

“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo” diceva Ghandi: quale cambiamento vorresti essere tu?

Se fossi ad un concorso di miss dovrei per forza rispondere "la pace nel mondo". Mi basterebbe essere la "parità di diritti".

Ho sempre ritenuto la musica un ottimo catalizzatore sociale e la rivoluzione più un atto personale che un fenomeno di massa : nel 2011 è ancora possibile trasmettere alla collettività questo connubio?

Forse si. Ma non in senso didascalico. Nessuno crede più agli slogan faziosi o a manifesti nostalgici se non per manierismo o per languori anacronistici. Ma la musica può essere ancora un grande veicolo di empatia e di aggregazione, due degli ingredienti fondamentali della rivoluzione.

C.M.

 

 

 

10-01-2012

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